Solidarietà al popolo Ucraino

«Io non credo nelle vittorie ottenute in fretta, con la violenza. Gli amici bolscevichi che guardano con interesse al mio insegnamento, devono comprendere che per quanto possa condividere e ammirare le aspirazioni e i sentimenti nobili, io sono inflessibilmente contrario ai metodi violenti, anche quando vengono posti al servizio della causa più nobile… L’esperienza infatti mi insegna che dalla falsità e dalla violenza non possono scaturire risultati positivi duraturi.»

«Bisogna combattere la violenza. Il bene che pare derivarne è solo apparente; il male che ne deriva rimane per sempre.»

Mahatma Gandhi

 

EMERGENZA UCRAINA ACCOGLIENZA

Oggi le immagini e la sofferenza che ci giungono dall’Ucraina addolorano profondamente tutti Noi, Cattolici, Europei. La sfida che oggi il popolo ucraino ha di fronte a sè è dolorosa e pare inumana. Il popolo Ucraino e’ un popolo coraggioso che ha risposto immediatamente all’invasione Russa con un estremo sacrificio e imbracciando le armi contro il nemico invasore.

La storia e’ una lunga lista di popoli che si sono sacrificati con la propria vita contro la violenza e l’ingiustizia, La storia e una lunga lista di massacri di indifesi, di ricordi epici che rimangono sui libri di storia.

Ma e’ questa la via? E’ questa la domanda che umanamente tutti Noi ci facciamo. Il sacrificio di inermi, bambini e donne sull’altare della giustizia? O forse c’e’ una via alternativa fatta di accettazione della realtà, accettazione che il piu’ forte, il male a volte puo’ vincere, puo’ imporre il suo potere, MA NON PUO’ MAI PIEGARE L’ANIMA DI UN POPOLO UNITO.

Speriamo che la violenza armata cessi e inizi un altro modo di combattere, una resistenza alla dittatura, una resistenza al male e al suo potere.

Questa e’ la strada che Cristo, ma grandi uomini ci insegnano, Gandhi, Dalai Lama, Papa Francesco e tutti coloro che in ogni parte del mondo vivono sperando e resistendo ogni giorno al potere del Male.

Quali sono le cause della povertà educativa

 Tratto da www.openpolis.it

 

Un minore è soggetto a povertà educativa quando il suo diritto ad apprendere, formarsi, sviluppare capacità e competenze, coltivare le proprie aspirazioni e talenti è privato o compromesso. Non si tratta quindi di una lesione del solo diritto allo studio, ma della mancanza di opportunità educative a tutto campo: da quelle connesse con la fruizione culturale al diritto al gioco e alle attività sportive. Minori opportunità che incidono negativamente sulla crescita del minore. Generalmente riguarda i bambini e gli adolescenti che vivono in contesti sociali svantaggiati, caratterizzati da disagio familiare, precarietà occupazionale e deprivazione materiale. Il concetto di povertà educativa è comparso nella letteratura nel corso degli anni ’90, ed è stato poi ripreso da organizzazioni non governative (in particolare Save the Children) e governi nella definizione delle politiche per l’infanzia e l’adolescenza.


Dati
Trattandosi di un fenomeno complesso, non è semplice darne una misurazione sintetica. La povertà educativa riguarda infatti diverse dimensioni (opportunità culturali, scolastiche, relazioni sociali, attività formative) che devono essere tenute in relazione tra loro. Alcuni dati però possono aiutarci a contestualizzare. In Italia il 12,5% dei minori di 18 anni si trova in povertà assoluta. Significa che oltre 1,2 milioni di giovani vive in una famiglia che non può permettersi le spese minime per condurre uno stile di vita accettabile. Di questi, mezzo milione abita nel mezzogiorno. Un disagio economico che spesso si traduce in divario educativo. I più recenti dati Ocse-Pisa elaborati dall’Università di Tor Vergata per Save the Children ci indicano come i ragazzi delle famiglie più povere abbiano risultati in lettura e matematica molto inferiori ai coetanei. Non raggiungono le competenze minime in matematica e lettura il 24% dei ragazzi provenienti dalle famiglie più svantaggiate, contro il 5% di quelli che vivono in famiglie agiate. Un fenomeno negativo, perché porta le disuguaglianze economiche, educative, culturali e sociali a tramandarsi dai genitori ai figli. Il 61% dei 15enni del quartile socio-economico e culturale più alto ha raggiunto un livello di competenze che gli consentirà un apprendimento lungo tutto il resto della vita. Questa percentuale scende al 26% tra i ragazzi del quartile più basso. Ulteriori dati ci aiutano a contestualizzare la mancanza di occasioni educative, culturali e sportive tra i minori: il 53% non ha letto libri l’anno precedente, il 43% non ha praticato sport e il 55% non ha visitato musei o mostre.


Analisi
I dati mostrano come povertà economica e povertà educativa si alimentino a vicenda, perché la carenza di mezzi culturali e di reti sociali riduce anche le opportunità occupazionali. Allo stesso tempo, le ristrettezze economiche limitano l’accesso alle risorse culturali e educative, costituendo un ostacolo oggettivo per i bambini e i ragazzi che provengono da famiglie svantaggiate. Questa condizione nel breve periodo mina il diritto del minore alla realizzazione e alla gratificazione personale. Nel lungo periodo, riduce la stessa probabilità che da adulto riesca a sottrarsi da una condizione di disagio economico. Per questa ragione investire sulle politiche per l’infanzia e adolescenza e nella lotta alla povertà educativa è un investimento di lungo periodo, da monitorare anche in chiave territoriale.

Un nuovo fenomeno la poverta’ lavorativa WORKING POOR

Secondo la definizione di povertà lavorativa adottata nel 2003 dall’Unione europea e utilizzata da
Eurostat per le stime ufficiali, un individuo è considerato povero in un anno quando:
a. è di età compresa tra i 18 e i 64 anni, è occupato al momento dell’intervista e ha lavorato per più della metà dell’anno di riferimento;
b. appartiene a un nucleo familiare con un reddito disponibile annuo equivalente inferiore alla soglia di povertà relativa, che è fissata al 60% del reddito disponibile mediano nazionale equivalente (al netto delle imposte personali e dei contributi a carico dei lavoratori e includendo le prestazioni in moneta del welfare; i redditi familiari sono resi equivalenti per consentire il confronto fra individui che vivono in nuclei di diversa dimensione; la scala adottata è la “OCSE modificata” che assegna valore 1 al capofamiglia, 0,5 agli altri componenti di almeno 15 anni di età e 0,3 ai componenti di età inferiore ai 15 anni).
La definizione UE di povertà lavorativa si basa, dunque, su un concetto ibrido, che combina la condizione occupazionale dell’individuo, che circoscrive il sottogruppo di popolazione da analizzare e il reddito (equivalente) della famiglia, che identifica lo stato di povertà del lavoratore.

Avere un lavoro non basta per evitare di cadere in povertà

Circa l’11,8% dei lavoratori italiani sono poveri e quello italiano è il dato più marcato degli Stati europei (dove, mediamente, i lavoratori poveri sono circa il 9,2%).

La Relazione degli esperti sottolinea come, in Italia, circa il 25% dei lavoratori percepisca una retribuzione inferiore al 60% della mediana e più di un lavoratore su dieci sia in condizione di povertà (vale a dire che vive in un nucleo familiare il cui reddito netto equivalente è inferiore al 60% della mediana).

Il Covid-19 ha peggiorato la situazione di coloro che, già prima della pandemia, vivevano in condizioni di vulnerabilità. Si pensi, ad esempio, ai lavoratori atipici o irregolari, che a causa della pandemia hanno visto ridursi o azzerarsi il reddito da lavoro. Una condizione emergenziale che ha costretto il Governo a introdurre misure temporanee e integrative, come il Reddito di Emergenza e l’anticipo della Cassa di Integrazione.

RELAZIONE DEL GRUPPO DI LAVORO SUGLI INTERVENTI E LE MISURE DI CONTRASTO ALLA POVERTÀ LAVORATIVA IN ITALIA

https://www.secondowelfare.it/povert-e-inclusione/working-poor-le-proposte-del-gruppo-di-lavoro-per-contrastare-la-poverta-lavorativa/

Translate »